Un colore da smoking. Non è nero. È blu. Blu? Chi diavolo fa uno smoking blu? Armani.
Steve Martin ne “Il padre della sposa” scopre con sgomento che il completo scelto per accompagnare la figlia all’altare non è nero, ma blu. Pantone, tuttavia, all’epoca non aveva ancora deciso che il blu era cosa buona e giusta, e così da scelta potenzialmente à la page quella tinta è diventata una battuta da commedia.
Il cinema ama il blu.
David Lynch ha scritto con il blu uno dei suoi film cult, associandolo al velluto e all’incarnato lunare di Isabella Rossellini, Kieślowski ha dedicato al blu un capitolo della sua trilogia, Madonna ha cantato il suo amore per Sean Penn confidando a mezzo mondo: True blue, baby I love you… e sappiamo tutti com’è finita.
Blu è sempre di moda perché non è di moda mai, è sempre lì nel cassetto, nei foulard, nei titoli, dentro le linee di Facebook, nelle schermate di Twitter, nelle raccolte di documenti sul Mac, negli ombretti perlage delle casalinghe, nei capelli di Loredana Bertè, nella nostalgia perduta immersa nell’Angelo Azzurro (il cocktail, non il film), nella domanda nei camerini (vedi Stevie sopra): «Ma è blu o nero? ché non ci vedo bene».
Blu è come Parigi, è sempre una buona idea, laddove il bianco è troppo bianco, il nero troppo Taffo, arriva il blu: democratico, sommesso, elegante, educato.
Non spinge, non urta, non sporca, non stona.
È la Cadillac dei colori, il più rispettato, autorevole e non autoritario, con personalità e senza acciacchi. È il primo in classifica, mai in zona retrocessione, fa una vita da mediano e non sbaglia un passaggio neanche da zoppo; è quello grande della comitiva che ti vede e ti arruffa i capelli chiamandoti col diminutivo, è il regista e non il produttore, il vinile e non il cd, quello a cui si conserva il posto col cappello.
È troppo? Allora lasciamo il campo delle metafore e andiamo all’azzardo.
Come giustificare la scelta di Pantone di rispolverare il Blu Classic come colore dell’anno? Forse grazie alla “regola del numero 23”.
Cos’è?
La ricerca ossessiva della conferma di una propria convinzione. Jim Carrey, nel film di Joel Schumacher si sente perseguitato dal numero 23 al punto da trovare riferimenti continui a quel numero.
Torniamo al nostro caso.
Dunque perché blu? Ecco la risposta.
La scelta di Pantone non è casuale, anzi, nasconde temi scottanti.

Scopriamoli insieme.
Greta Thunberg (personaggio dell’anno) attraversa, per la sua campagna contro l’inquinamento, l’Atlantico in barca a vela. Il mare è blu. Un caso?
Doppietta inglese. Dolce novità nel matrimonio tra il principe Harry e l’attrice Meghan Markle, (cognata di Kate Middleton, che, guarda caso, ostenta negli abiti che indossa, spesso e volentieri il suo colore preferito: il blu): è nato un maschietto, Archie, e su Buckingham Palace ecco spuntare un fiocco, blu, naturalmente.
Sempre una coincidenza? Non credo proprio.
Donald Trump, finisce sotto impeachment. Lui è il presidente degli Stati Uniti e sulla bandiera degli States c’è, ma guarda che casualità, un cielo stellato e il fondale è, indovinate, blu.
Sempre parlando di cielo, nell’ultimo anno la volta celeste ha svelato la prima immagine del buco nero M87, rilevata dall’Event horizon telescope. E quale colore si associa nella consuetudine popolare al cielo? Il blu, of course.
È un pò tirare la corda? Forse.
Ma riempire di contenuti, significati profondi, una scelta puramente commerciale, aiuta a far diventare il mondo un posto più romantico. La campagna di Pantone è tutto sommato di comodo, un escamotage per tirare fuori dall’armadio qualcosa che non si usa più e farlo passare per novità. Niente dietrologie, niente number 23. Anche se… anche se, provate a sommare i numeri singoli del codice Pantone del Classic Blu: 19-40 52. Indovinate quanto fa?
Vabbè, fa 21. Però quasi 23, dai.